Le leggi sulla cannabis in Africa: Ultime notizie

È possibile coltivare, lavorare ed esportare legalmente la cannabis nei Paesi africani. Ma chi ne trae vantaggio: la gente del posto o le multinazionali europee e nordamericane?

Lo status giuridico della cannabis nei 54 Paesi africani è piuttosto variegato, con complessità legali che sfuggono alla nostra conoscenza. Tuttavia, alcuni Paesi di questo continente hanno recentemente adottato misure per consentire la produzione, la vendita e l’esportazione di cannabis. Probabilmente ne sentirai parlare come un grande passo verso la legalizzazione da parte del continente africano, ma la realtà potrebbe rivelarsi meno rosea.

In questo articolo analizzeremo lo status giuridico della cannabis in nove Paesi africani in cui la produzione è stata in parte legalizzata e valuteremo con occhio critico in quali casi potrebbe avvantaggiare la popolazione locale e in quali potrebbe invece rivelarsi una forma di neocolonialismo da parte dei Paesi del Nord Globale.

Breve storia della cannabis in Africa

L’Africa è un continente vasto e diversificato in cui coesistono una miriade di ambienti, culture, popoli, religioni, tradizioni, storie ed altro ancora. Qualsiasi tentativo di fornire in questa sede una panoramica della “storia africana” sarebbe vano e servirebbe solo a ridurre il secondo continente più grande della Terra a qualcosa di molto più semplice e piccolo di quello che è in realtà.

Quindi, abbiamo selezionato alcuni momenti storici di particolare interesse che ti daranno un’idea di come viene coltivata ed usata la cannabis nel continente africano.

Ma prima dovremmo porci la seguente domanda: quando è arrivata la cannabis in Africa? Non è una pianta autoctona di questo continente, ma giunse probabilmente dall’Asia in qualche epoca passata. Che la marijuana venga coltivata in Nord Africa da almeno 1.000 anni è ormai risaputo, ma alcune prove suggeriscono che fosse presente nell’Antico Egitto già 5.000 anni fa.

È interessante notare che, sebbene il Maghreb (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia e Mauritania) sia la regione africana normalmente associata alla cannabis (in particolare all’hashish), le prime testimonianze della sua coltivazione risalgono al 1921, il che la renderebbe una tradizione piuttosto recente.

Sebbene il consumo di cannabis abbia registrato alti e bassi in tutto il continente, si può dire con certezza che la pianta è presente e viene utilizzata da diversi decenni.

L’attuale situazione della cannabis in Africa

Sebbene se ne senta parlare poco quando si parla di legalizzazione della cannabis, ci sono nove paesi in Africa che, in una certa misura, hanno legalizzato la cannabis. Nei seguenti paragrafi illustreremo quali sono questi Paesi e qual è lo status giuridico della cannabis in ciascuno di essi. Tuttavia, almeno per il momento, vale la pena notare che la cannabis ad uso ricreativo è stata depenalizzata solo in Sud Africa e non è legale in nessun altro Paese (sebbene sia tollerata in alcuni), e che la legalizzazione ruota attorno all’uso terapeutico e alla produzione/esportazione con fini commerciali.

Laddove la cannabis è legale per tali scopi, richiede licenze e permessi che devono essere acquistati da enti governativi, il che ha portato alcune persone ad assumere una posizione critica nei confronti della legalizzazione in alcune parti dell’Africa.

Problemi associati alla legalizzazione

A prima vista, la legalizzazione in Africa potrebbe sembrare vantaggiosa per i Paesi che aderiscono a tale iniziativa, evocando immagini di proprietari terrieri ed agricoltori locali che coltivano cannabis e la vendono sul mercato internazionale. Tuttavia, secondo numerose testimonianze, la situazione è molto più complessa e l’industria della cannabis in Africa potrebbe assumere una forma di neocolonialismo (o colonialismo della cannabis).

Questo problema si verifica perché, almeno fino al 2019, la cannabis non era legale nei Paesi africani, nonostante alcuni pensassero diversamente. Le leggi non hanno subito alcuna modifica per legalizzare ufficialmente la coltivazione e la vendita di cannabis, ma piuttosto è cambiata la politica che sta consentendo ad alcune aziende di acquistare licenze per produrre e vendere cannabis nonostante il proibizionismo. Pertanto, per coltivare cannabis, i coltivatori devono acquistare una licenza con costi che lasciano fuori dall’equazione la maggior parte dei contadini africani.

Infatti, riportando come esempi i regni di eSwatini e Lesotho, i cambiamenti politici sono avvenuti solo dopo la concessione delle licenze e le conseguenti entrate fiscali, il che potrebbe significare che dietro ci siano lobby e corruzione, piuttosto che una buona politica.

Duvall afferma: “Il capitale straniero viene utilizzato per sfruttare le risorse del continente (terra, acqua, lavoro e cannabis) e non per offrire opportunità economiche significative per gli africani”.

A sostegno di questa affermazione, sottolinea il fatto che i coltivatori occasionali non possono coltivare cannabis senza rischiare persecuzioni legali (tranne in Sud Africa). Nella Repubblica Democratica del Congo, le politiche governative di controllo sulle droghe sono state silenziosamente allentate a favore delle aziende canadesi che potevano trarre profitto dalla produzione di cannabis in questo Paese; nel frattempo, lo stesso Stato ha sostenuto e preso parte alla violenza contro gli indigeni congolesi che hanno scelto di seguire la stessa scia coltivando cannabis.

Inoltre, la proprietà intellettuale e genetica della storia africana della cannabis sembra essere stata saccheggiata dalle aziende europee, interessate a trarre profitto dalla produzione di varietà di cannabis africane direttamente in Africa. Prendiamo ad esempio Durban Poison e Power Plant: due varietà di cannabis famose per essere varietà “autoctone” dell’Africa. Quando IHU (un’azienda che coltiva cannabis in Uganda) ha scelto di coltivare queste varietà, le ha acquistate ed importate da Amsterdam, incanalando in Europa profitti provenienti da genetiche africane.

La questione del cosiddetto “colonialismo della cannabis” è troppo ampia per essere approfondita in questa sede. Tuttavia, è importante tenere presente che le cose non sono sempre come sembrano. Quando leggiamo storie ottimistiche sulla legalizzazione che si sta diffondendo in tutta l’Africa, dovremmo prima chiederci se ciò avvantaggerà gli africani o le aziende farmaceutiche del Nord Globale, interessate a sfruttare i sistemi governativi più corrotti di alcuni Stati africani per i propri interessi economici. Questo avviene spesso a spese delle popolazioni locali, che si vedono costrette a cedere preziosi terreni agricoli che potrebbero essere utilizzati per coltivare alimenti o lasciati alla natura.

Il punto è questo: in alcuni Paesi africani, quella che viene pubblicizzata come “legalizzazione” è spesso un’opportunità per i Paesi di altri continenti di acquistare licenze a prezzi relativamente bassi e coltivare cannabis su terreni più economici rispetto a quelli europei o nordamericani, per poi esportare il prodotto e i profitti nei Paesi del Nord Globale.

In quali parti dell’Africa è stata legalizzata la cannabis?

Tenendo questo a mente, diamo un’occhiata ai Paesi africani in cui la cannabis è stata legalizzata o dove le aziende possono acquistare licenze per coltivarla.

  • Lesotho: Dal 2017 è possibile acquistare licenze per coltivare ed esportare cannabis per scopi terapeutici.
  • Sud Africa: Qui la coltivazione di cannabis per uso personale è stata depenalizzata dal 2018. Attualmente, stanno lavorando su una legislazione che consentirebbe la produzione e la vendita legale.
  • Zimbabwe: Anche qui è possibile acquistare licenze che consentono alle aziende di coltivare, trasformare ed esportare cannabis per scopi medici e scientifici.
  • Malawi: Nel 2020, questo Paese ha approvato la prima riforma volta a creare un mercato legale della cannabis. Attualmente, è possibile coltivare, lavorare ed utilizzare la cannabis per scopi terapeutici.
  • Zambia: È possibile acquistare licenze che consentono la coltivazione e l’esportazione della cannabis, ma a livello nazionale non può essere utilizzata per alcuno scopo.
  • Uganda: Nel maggio 2023, la cannabis è stata legalizzata abrogando le leggi che ne proibivano l’uso. Negli anni precedenti era comunque legale acquistare licenze per coltivare ed esportare per scopi terapeutici.
  • Marocco: Centro nevralgico della coltivazione, del consumo e dell’esportazione illegale della cannabis, il Marocco ha legalizzato la produzione, la vendita e l’uso terapeutico della cannabis nel 2021. L’uso ricreativo rimane illegale, ma diffuso.
  • Ghana: È legale coltivare ed esportare cannabis con una licenza acquistata dal Ministero della Salute.
  • Ruanda: Dal 2021 è legale produrre ed utilizzare cannabis per scopi terapeutici.

Cannabis in Africa: Un bene e un male

Come probabilmente avrai intuito, lo status giuridico della cannabis in alcuni Paesi africani non è così semplice come alcuni vorrebbero farci credere, né così innocente come potrebbe sembrare. Tuttavia, questo non è per sminuire gli sforzi di alcuni Paesi per andare nella giusta direzione, aprendo la strada ad una maggiore accettazione dell’uso di cannabis e alle opportunità per le popolazioni locali, ma per sottolineare che gran parte di questa cosiddetta “legalizzazione” potrebbe rivelarsi una forma di sfruttamento economico da parte del Nord Globale.

Questo articolo scalfisce solo la superficie della questione e non devi assolutamente pensare che descriva in modo esauriente tutto ciò che riguarda questo argomento. Piuttosto, il suo scopo è semplicemente quello di sollevare domande e considerazioni importanti e di far luce sui continui modi in cui i Paesi e le aziende europee e nordamericane continuano a sfruttare il continente africano per i propri fini.

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